Talent Management: talento e vocazione sono la stessa cosa?

Talento o vocazione? Da Platone a Hillman alla scoperta del potere della propria vocazione. Anche come asset strategico.
American psychologist James Hillman, Modena, 18th September 2007. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)

Qualche giorno fa stavo ascoltando una delle meravigliose lezioni della Scuola di Filosofie (che consiglio a tutti!) sullo psicanalista James Hillman. Si parlava di talento e vocazione e mi si è accesa una lampadina: che queste parole mi siano utili per una riflessione nell’ambito delle risorse umane? (Domanda retorica, perché ciò che nutre la mente è sempre utile).

Scuola di Filosofie di Gancitano e Colamedici

Scuola di Filosofie di Colamedici e Gancitano

I due autori del podcast, Maura Gancitano e Andrea Colamedici, con grande talento riescono a riportare nella nostra vita quotidiana i pensieri e le “realtà” delineate da molti grandi pensatori, in modo che la filosofia non rimanga chiusa nella sua torre d’avorio, ma che acquisisca realmente quel valore richiamato dalla sua etimologia: φιλεῖν (phileîn), “amare”, e σοφία (sophía), “sapienza”, filosofia è “amore per la sapienza”.

L’interesse per l’indagine sulle cose della vita non può escludere la condivisione di tale “sapienza” con tutti coloro che popolano il mondo e che, chi più e chi meno, sono alla ricerca di un significato da dare alle esperienze di vita.

James Hillman e il concetto di talento e vocazione

Tornando a noi, nel corso dell’appuntamento su James Hillman si citava una delle sue grandi opere “Il codice dell’anima”. È un libro che ha avuto un grande successo perché vicino alle “problematiche” di moltissimi esseri umani: capire come riconoscere la propria missione di vita. E Hillman ne parla in termini molto vicini alla cultura odierna in termini di lavoro, di successo, di costruzione di una vita “degna” all’interno di una società dove il lavoro è una costante.

C’è chi può non essere d’accordo con questa visione così legata all’essere produttivi in una società governata dal mercato, ma sicuramente ciò che Hillman ci dice è utile in questo contesto. Tutti noi ci chiediamo che cosa siamo destinati a fare e come capire quale sia il destino (e il lavoro) più adatto a noi.

Hillman introduce il discorso utilizzando un’immagine molto suggestiva di Platone: il mito di Er.

Il mito di Er

Senza dilungarci, all’interno di questo mito Platone racconta di come le anime debbano scegliere in quale vita vogliono reincarnarsi. Esse sono poste davanti a una serie di paradigmi e hanno la responsabilità di scegliere quale esistenza desiderano. Sulla base di questa scelta viene loro assegnato un daimon, uno spirito, colui che si occuperà di fare in modo che l’anima, divenuta persona, vivrà davvero quella vita.

Hillman riprende Platone per farci intendere che siamo noi a scegliere la nostra vita, e che è nostra responsabilità cercare di entrare in sintonia con ciò che siamo, con la nostra vera natura (e il nostro daimon), per poter mettere in atto le migliori azioni per noi.

Riconnettersi alle proprie vocazioni

Si tratta di riconnetterci alle nostre vocazioni, intese come qualcosa che dia un senso di destino, di utilità e fertilità della propria vita.

Ed è questo il discorso che Colamedici e Gancitano portano avanti: non tutti abbiamo grandi talenti, non tutti siamo Albert Einstein o Roger Federer. Ma siamo tutti in possesso della capacità di dare un senso al nostro agire, di sentirci “pesci che nuotano nell’acqua”. Ciò che rende densa di senso la nostra vita non è un lavoro importante, il superamento di un record o la celebrità, ma è ciò che significano per noi le azioni che ogni giorno mettiamo in campo nel nostro lavoro, e la nostra capacità di plasmare il nostro mondo, anche se all’interno di un perimetro limitato.

talento e vocazione

Si tratta di sentirsi al posto giusto, e ciò è diverso dall’essere talentuosi. Ciò che rende il lavoro speciale è la possibilità di sentirsi soddisfatti e felici del frutto delle proprie capacità.

Talent Management: talento o vocazione?

Ecco, ascoltando queste riflessioni, ho pensato a una delle tendenze HR di questi anni: il Talent Management.

Il Talent Management, in parole povere, è quell’attività di attrazione di personale altamente qualificato e di sviluppo e integrazione dei lavoratori vecchi e nuovi con il fine di aumentare la competitività della propria azienda.

Il focus è proprio sulla ricerca di persone altamente qualificate, in grado di essere competitivi e rappresentare ruoli chiave all’interno dell’organizzazione.

L’impressione che passa è che ci siano lavoratori “normali” e lavoratori “chiave” che portano il business in alto.

La realtà è molto diversa. Se smettiamo per un momento di parlare di talento, e ci concentriamo sulla nozione di “vocazione” potremo capire che potenzialmente ogni persona può essere un asset chiave per l’organizzazione.

Non è necessario trovare le figure chiave all’esterno dell’azienda: ci sono già.

Quando questa consapevolezza si radicherà in noi e nella nostra cultura del lavoro, non sarà più necessario cercare all’esterno ciò che già c’è all’interno dell’organizzazione. Dando un senso all’agire professionale sarà possibile mettere in luce le vocazioni che ognuno dentro di sé ha, anche se in potenza.

Talento e vocazione

Possiamo continuare a chiamarlo talento, ma non dimentichiamoci che non è un qualcosa per pochi. Ciò che purtroppo è per pochi è la comprensione che un percorso all’interno di noi stessi, anche se può fare paura, è l’unico modo per farci sentire al posto giusto.

Dare spazio alle vocazioni all’interno delle organizzazioni significa dare valore alle persone che abbiamo scelto per stare al nostro fianco. Anche al fine di crescere insieme serenamente e proficuamente.

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